Servono insegnanti preparati, non tetti

Di definitivo non c’è ancora niente. Ma le parole pronunciate dalla premier Giorgia Meloni davanti ai giovani di Fratelli d’Italia sono state queste: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».
Ne abbiamo già parlato qui Alunni stranieri, cinque numeri per sfuggire alla propaganda e qui A scuola non si è maggioranza o minoranza. Si impara a diventare comunità. L’istruzione è un tema troppo importante, dice, e quello di Meloni e del ministro Giuseppe Valditara è «un approccio totalmente sbagliato dal punto di vista educativo».
Le parole sono dello scrittore e insegnante Eraldo Affinati, che ha insegnato per molti anni lettere alla Città dei Ragazzi di Roma, dove ha lavorato con studenti in gran parte immigrati. Con la moglie Anna Luce Lenzi ha fondato la rete di scuole gratuite di italiano per migranti Penny Wirton. Tra i suoi libri ci sono Campo del sangue, La città dei ragazzi, Elogio del ripetente e L’uomo del futuro, dedicato a don Milani.
Perché è un approccio totalmente sbagliato?
Faccio un esempio concreto: io ho insegnato in classi con molti immigrati e pochissimi italiani, due o tre. Quelle sono state per me le esperienze più belle. Non solo per me, ma anche per quei pochi ragazzi italiani presenti. Parlando con i loro compagni afghani, arabi, slavi, imparavano tantissime cose sull’Islam, sui viaggi che questi compagni avevano fatto per arrivare in Italia, sugli usi e sui costumi. E viceversa: i ragazzi immigrati venivano aiutati da quei due o tre italiani. Ricorderò sempre quando arrivava una parola difficile: gli italiani la spiegavano a chi non era italiano. Sono certo che quei quattro o cinque italiani abbiano fatto un’esperienza formativa formidabile.
E come ci posizioniamo davanti alle paure, pure legittime, di quei genitori che pensano che il percorso scolastico dei loro figli possa essere ostacolato?
Non si può andare per stereotipi. È chiaro che le classi composte quasi esclusivamente da immigrati rischiano di diventare classi ghetto: questo lo so ed è vero. Ma dobbiamo chiederci perché esistono queste classi. Perché molti genitori non vogliono iscrivere i loro figli nelle classi multietniche e così hanno creato i presupposti perché si creassero delle classi a larga maggioranza di immigrati. Esistono poi anche dei quartieri, in Italia, dove le famiglie sono quasi tutte di immigrati. Come fai a redistribuire gli alunni? Chiudi gli istituti? Chiudere molti istituti creerebbe una sorta di paralisi istituzionale dell’istruzione italiana. Non a caso già MariaStella Gelmini, da ministra, aveva anticipato un provvedimento del genere, che poi venne bloccato proprio perché ci si rese conto che era irrealizzabile, come del resto fecero notare subito i dirigenti scolastici. È impossibile anche praticamente, oltre che per il discorso educativo che ho fatto io.
Guardiamo i dati: nel 2022-2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano circa 900mila, ma il 65% di loro era nato in Italia. Non erano immigrati, erano nati qui. Ora proviamo ad andare oltre la polemica: quali potrebbero essere le soluzioni per tenere insieme tutto il sistema?
Per me molto dipende dalla formazione degli insegnanti e dalla preparazione dei consigli di classe. In Italia ci sono realtà avanzate in questo senso. Io conosco le scuole italiane: molte sanno come muoversi e, come dicevo prima, sanno utilizzare le risorse di quei ragazzi italiani. Sanno metterli in rapporto con la maggioranza dei ragazzi immigrati, creare un gruppo classe, creare sintonie e rapporti, costruire un bene comune. Possono far capire ai ragazzi che non soltanto i “deboli” hanno bisogno dei “forti”, ma anche i “forti” hanno bisogno dei “deboli”. Magari quei tre o quattro ragazzi italiani, che parlano bene italiano e sono quindi linguisticamente più forti degli altri, possono imparare dal ragazzo afghano cose che lui racconta e che li fanno maturare. Il lavoro educativo lo puoi fare benissimo anche con persone diverse. Poi, ripeto, in questo caso non esistono discorsi generali che tengano: dipende, bisogna vedere caso per caso, scuola per scuola, territorio per territorio.
Cosa non riusciamo ancora ad afferrare della questione?
Di fronte a una cosa così forte e importante come questa osmosi di popoli a cui stiamo assistendo, non possiamo agire solo a livello giuridico e amministrativo, come se scrivessi una legge e mettessi a posto tutto. Qui abbiamo di fronte una cosa talmente grossa che l’educazione, il tema dell’istruzione, è chiamato in causa prima ancora che a livello legale, a livello umano, culturale profondo, etico. Ed è questo il ragionamento che andrebbe fatto, non il discorso dei paletti, del “questi sì, questi no”, del 30% qui e del 30% là. Quello è fatto chiaramente solo per propaganda politica, per ottenere il consenso di quella parte di popolazione a cui non si vuole rinunciare, e si parla in modo grossolano a chi non conosce la realtà della scuola. Quei genitori che hanno paura, che si sentono insicuri, dovrebbero sentirsi spiegare che crescere in una classe multietnica è un vantaggio, non uno svantaggio.
La soluzione quindi è la preparazione degli insegnanti? Lei come si comportava quando insegnava in quelle classi con solo cinque bambini italiani?
Mi sentivo molto esaltato, era bellissimo. Per esempio, leggevo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e mi accorgevo che il lettore afghano dava a me, insegnante, uno sguardo diverso, nuovo, su quel racconto. Io poi lo veicolavo al ragazzo italiano, questo suo sguardo nuovo. Riuscivo così a spiegare la letteratura italiana in modo più intenso rispetto a come avrei fatto con una classe totalmente italiana, capisce? Un altro esempio: leggevo I Malavoglia di Verga e a un certo punto padron ‘Ntoni, il vecchio ‘Ntoni, si esprime con grandi proverbi, proverbi antichi italiani. Io spiegavo il significato di questi proverbi, e molti ragazzi immigrati, arabi, afghani, magrebini, mi dicevano: «Ma questi sono uguali a quelli di mio nonno! Sono gli stessi proverbi di cui parlava mio nonno». Scoprivamo così cose che ci univano piuttosto che distinguerci. Era utile per me, come docente, avere tutte queste diversità: le facevo crescere insieme nella diversità.
L’eterogeneità ci fa paura?Eppure le classi eterogenee, composte da persone diverse, non solo maschi o femmine, ma bianchi, neri, gialli, bravi, non bravi, indisciplinati, ribelli, sono sempre state le classi migliori. Perché lì, attraverso la diversità, puoi far capire a tutti che le identità, quali che siano, non devono restare isolate, ma si devono mettere in contatto con gli altri. La tua identità la devi mettere in rapporto, la devi spendere: se te la tieni per te, questa identità, sia linguistica, religiosa o culturale, la perdi. Se invece la metti in gioco, si arricchisce. Ti avvicini a una ragazza vestita con l’abito tradizionale, con il velo, e magari sotto porta anche i jeans, e le chiedi: “Perché porti questo abito?”. “Perché vado in moschea, sono praticante”. “Ah, bello. E cosa vuoi fare nella vita?”. “Voglio fare medicina”. Mi ricordo che le chiesi: “E perché?”. “Voglio diventare neurologa”. “Perché hai scelto neurologia?” “Perché mi interessa il cervello umano”. Una risposta del genere, se la sente il compagno italiano, romano, che sta lì vicino, arricchisce lui, oltre a me che l’ho sentita, capito? I gruppi umani sono fatti di contiguità, non di separazioni. Ce lo insegna la storia, che ha dietro di sé tutta una stratificazione: non è isolata, non è spezzata. Questo dobbiamo farlo capire. La propaganda politica sembra volerci far tornare indietro di trent’anni.

Eraldo Affinati:

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